Una via eccellente di sintesi armonica corpo-mente è l'Hatha Yoga.
Costituito da un complesso di movimenti fisici chiamati Asana e da tecniche di respirazione chiamate Pranayama.
Le asana restituiscono al corpo forza, equilibrio, armonia.
Il Pranayama rende la respirazione più profonda ed equilibrata.
La leggenda dell'Hatha Yoga narra che un giorno un pesce, Matsya, spuntando dall'acqua, sorprese Shiva che insegnava a Parvati, la sua sposa, i segreti dell'Hatha Yoga, in modo che il suo corpo divenisse veicolo sano e perfetto, idoneo allo spirito.
La bellezza di questi corpi che si muovevano con il ritmo del respiro, riproducendo con mirabile armonia le movenze di alcuni animali, affascinò Matsya che usci dall'acqua per vedere meglio. Quando Shiva s'accorse che il segreto degli dei era stato scoperto, decise di tramandarlo agli uomini, affinché, attraverso il corpo, elevassero le loro menti.
Così Matsya divenne Matsyendra (letteralmente pesce fatto uomo) uno dei sei saggi dell'India, che portò fino a noi, attraverso la disciplina Yoga, il segreto della vera bellezza.
Le asana restituiscono al corpo forza, equilibrio, armonia.
il Raja Yoga dal sanscrito Raja ( re), e Yoga (unione), letteralmente significa: la Via Regale.
È quindi, il “percorso regale” che porta all'Unione del sé individuale con il Sé Universale tramite la padronanza della mente.
Questo tipo di Yoga insegna la padronanza dei sensi e delle vritti (fluttuazioni, onde di pensieri che costituiscono l'attività della mente); in particolare, il Raja Yoga attribuisce grande importanza alla concentrazione (Dharana).
Il sistema del Raja Yoga è stato codificato dal saggio Patanjali che, negli Yogasutra, ha indicato il percorso da seguire per liberarsi dalle fluttuazioni e instabilità della mente, suddividendolo in otto tappe:
- yama e nyama («astinenze» e «osservanze», regole di comportamento) eliminano i disturbi causati dalle emozioni e dai desideri incontrollati;
- âsana («posizioni») e prânâyâma («controllo del soffio vitale») eliminano i disturbi causati dal corpo fisico;
- pratyâhâra («ritiro») permette di ritirare la mente dai sensi;
- dhâranâ («concentrazione»);
- dhyâna («meditazione»);
- samâdhi («estàsi»);
Fase dopo fase, consentono di arrestare i processi mentali ordinari, di giungere ad un nuovo piano di consapevolezza e di avere accesso al tesoro della conoscenza più profonda e trascendentale
Lakshmi è la devi dell'abbondanza, della luce, della saggezza e del destino, e secondariamente della fortuna, bellezza e fertilità.
Le sue origini sono collegate alla cosmogonia, la sua nascita è infatti narrata nell’antichissimo mito delle origini, La zangolatura dell’oceano di latte.
È nata dalla spuma del mare, come Afrodite ed è comunemente considerata consorte (Shakti) di Visnu, e madre con lui di Kama, deva dell'amore.
Lakshmi rappresenta una forma del Divino nel suo aspetto femminile, Madre dell'Universo, forza creatrice.
La principale festa dedicata a Lakshmi è DIPAVALI o DIWALI, la festa delle luci.
Il simbolismo della Luce che si contrappone all'oscurità dell'ignoranza è alla base di questa festa tradizionale.
Durante la notte, vengono accese migliaia di lampade e di lumini che simboleggiano la luce, per "accogliere" Lakshmi che porterà con la sua benedizione saggezza, prosperità, benessere e anche buona sorte, e se alle prime luci dell'alba le fiammelle sono ancora accese questo è considerato di buon auspicio: per i dodici mesi a venire la protezione della Madre divina, nella forma di Lakshmi, sarà presente a "illuminare" la casa e la mente delle genti.
Devi è il sostantivo che indica una figura mitologica inscritta nel pantheon, si usa il termine devi quando si tratta di una figura femminile, e il termine deva quando si tratta di una figura maschile.
Dice Krishnamurti: "C'è bellezza solo quando la mente e il cuore sono in armonia con le cose".
L'attuale concetto di estetica corporea, lungi dall'indirizzare verso una propria identità fisica, propone modelli di bellezza sempre più artificiosi e stereotipati. Corpi perfetti, apparentemente sani, sempre giovani, vuoti: non espressione di un armonico equilibrio psiche-soma, ma tentativo di eludere, spostando l'attenzione sulla forma del corpo, l'assenza di contenuti propositivi e il disorientamento del Sé, proprio di questi anni. Uno spostamento pericoloso dell'equilibrio interno-esterno, che invece di sedare l'angoscia, acuisce le contraddizioni spingendo all'inseguimento continuo di modelli fittizi e mai raggiungibili.
La visione di vera bellezza come equilibrio raggiunto pervade tutto il sapere orientale ed è quanto mai importante recuperarla oggi, per non smarrirsi nel dilagante disorientamento.
Si tratta quindi di ristabilire un flusso armonico che, partendo dalla coscienza positiva di sé e delle cose, manifesti la bellezza, non più stereotipo, ma espressione di un Essere autentico.
Con il concetto di cosmogonia, dal greco kósmos, mondo e génésthai nascere, si intende tutto quello che si inscrive nei miti di narrazione delle origini.
Il fascino di questi miti, guardandoli con l’occhio multidisciplinare di cui Marija Gimbutas è stata pioniera, liberandosi cioè di stereotipi e di schematismi pregiudizievoli e osservandoli con visione circolare, è che, in qualunque tempo e in qualunque luogo, hanno tratti comuni.
A noi non spetta che riflettere su questo materiale millenario che ci conduce indietro nel tempo quando mito e rito, alla base di ogni gruppo umano, erano strettamente congiunti.
Di seguito uno dei miti della cosmogonia indiana, narrato nella Bhagavata Purana
Prima che il mondo avesse origine, i deva erano continuamente minacciati dagli asura, per cui si erano rivolti a Vishnu, che aveva consigliato loro di procurarsi l’ambrosia che rendeva immortali.
Il prodigioso nettare giaceva nelle profondità dell’oceano di latte e per estrarlo gli dei avrebbero avuto bisogno dell’aiuto degli asura, per cui promisero loro una parte dell’ambrosia. Stretto il patto, la montagna cosmica (che in questo mito è il monte Mandara) venne collocata nell’oceano con legato attorno il serpente Vasuki, in modo da ottenere una zangola (arnese per fare il burro). Le due parti cominciarono a tirare il rettile, gli dei per la coda e i demoni per la testa, facendo girare la montagna come un frullino, ma questa cominciò ad affondare e allora Vishnu, assunta la forma di tartaruga, scese nell’oceano per fare da base al Mandara.
Durante la zangolatura emersero esseri e oggetti meravigliosi: la bellissima Lakshmi, che divenne sposa di Vishnu; le Apsaras, ninfe celesti; Surabhi, la vacca dell’abbondanza; il cavallo bianco; la luna; il gioiello kaustubha che orna il petto di Vishnu; l’albero di parijata che esaudisce i desideri, etc.
Finalmente emerse , il medico degli dei, con l’ampolla dell’ambrosia fra le mani. I danava cominciarono a reclamare a gran voce la loro parte, ma Vishnu, assunte le spoglie di , una splendida fanciulla, li incantò con il suo fascino e distribuì l’ambrosia agli dei. Questi, rinvigoriti, sconfissero gli asura e divennero signori dell’Universo.
Frullamento dell’oceano di latte
Località: Cambogia
XII sec dC – architrave in arenaria scolpita
MAO - Museo di Arti Orientali, Torino
Vasuki, è una divinità naga protagonista, nell'Itihasa, della zangolatura dell'oceano, con cui gli dei ottennero l'ambrosia dall'oceano di latte: consentì a deva e asura di usare il suo corpo come corda, ma sottoposto a gravi sforzi il suo respiro divenne alahala, il più tremendo veleno dell'universo, e rischiò di distruggere ogni forma di vita, divinità comprese. Śhiva, per salvare il cosmo, respirò tutto il veleno, ma invece di ingoiarlo lo lasciò nella sua gola, che divenne blu, meritandosi il nome di Nilakantha (“Colui che ha la gola blu”).
Il termine Itihasa (dal sanscrito) si riferisce in modo collettivo alle scritture epiche induiste.
Le Itihasa più importanti sono il Ramayana ed il Mahābhārata, di cui la Bhagavad Gita costituisce una parte.
Includono anche un voluminoso gruppo di opere, note come i Purana.
L'origine che si perde nell’antica leggenda puranica lo descrive come figlio di Parvati, nato dai rivoli di pelle della Dea la quale, abbandonata da Shiva - suo consorte - per uno dei suoi ritiri sul monte Kailash, decide di procreare unilateralmente.
Ganesha verrà posto a guardia della camera nuziale della madre per cui, al ritorno del Grande Asceta, non riconosciuto, gli verrà mozzata la testa da Shiva stesso.
Conosciuta la drammatica realtà, il padre putativo cercherà di rimediare, attribuendogli la testa del primo essere che passerà di lì: un elefante.
Nato dal desiderio materno di generare; soppresso dal sentimento che, forse in quell'unica occasione, fa di un dio il più comune dei mortali, la gelosia omicida; ricomposto per merito della idilliaca riconciliazione dei due amanti, Ganesha sembra racchiudere nella sua storia l'eterno avvicendarsi degli eventi che scandiscono la precarietà della condizione umana.
La tradizione dell'India del sud lo rappresenta come celibe, votato integralmente alla devozione per la madre Parvati.
Nell'India del nord, invece, Ganesha è spesso raffigurato sposato alle due figlie di Brahma: Buddhi (intelletto) e Siddhi (potere spirituale).
In ogni immagine iconografica che raffigura Ganesha, possiamo notare ai suoi piedi un piatto colmo di “palline”: sono i Mudhak i dolcetti di Ganesha, nella nostra pagina Facebook potrete trovare la ricetta.
Ganesha Danzante
Località: Madya Pradesh
X sec dC – arenaria
MAO - Museo di Arti Orientali, Torino
I cicli evolutivi sono divisi ciascuno in quattro periodi chiamati yuga (era).
Il primo periodo è chiamato Età dell'Oro o della Verità (Sathya Yuga), nel quale l'umanità ha una spontanea saggezza per via di una stretta unione con il divino;
Il secondo è chiamato Età dell'Argento, (Treta Yuga);
Il terzo è chiamato Età del Bronzo, (Dvapara Yuga);
l'ultimo è chiamato Età del Ferro, (Kali Yuga).
Ogni periodo viene indicato con il nome di un metallo, via via sempre meno prezioso, ad indicare simbolicamente il decadimento spirituale dell'umanità nel corso della storia.
Attualmente, per i Purana, l'uomo si trova nel Kali Yuga, alla fine del quale si avrà, grazie ad una profonda trasmutazione collettiva, una nuova Età dell'Oro.
Secondo i Veda il Kali Yuga durerà 432.000 anni.
secondo il Surya Siddhanta, il trattato astronomico che costituisce la base del calendario indù, il Kali Yuga è iniziato alla mezzanotte del 18 febbraio 3102 a.C. e ora saremmo nell’anno 5113.
Il Kali Yuga terminerà quando Kalki, decimo e ultimo avatara di Viṣṇu, apparirà a cavallo di un destriero bianco e con una spada fiammeggiante con cui dissipare la malvagità.
La scrittura che vediamo si chiama devanagari (letteralmente significa scrittura della città degli dei).
è una scrittura sillabica, ogni simbolo rappresenta una consonante.
L'alfabeto Devanagari compare attorno all‘VIII secolo, come ulteriore evoluzione della scrittura Brahmi, non è esclusivo del Sanscrito e viene usato anche in Hindi e altre lingue dell’India.
Gli studiosi dividono la storia del sanscrito in varie fasi. La forma più antica è il vedico, la lingua degli inni dei Veda. Questa lingua, regolata dall'uso dei Brāhmani, raggiunse la forma definitiva nella fase del sanscrito classico, allorché fu definitivamente codificata dal grammatico Pāṇini, (IV sec. a.C.), autore dell'Asthādhyāyī, un sensazionale trattato grammaticale in otto libri, scritto interamente sotto forma di aforismi. In sanscrito classico sono scritte le grandi epiche del Mahābhārata e del Rāmāyaṇa (III sec. a.C.), i drammi di Kālidāsa (IV sec. d.C.), il Pañcatantra e l'intera letteratura filosofica. Il sanscrito tuttavia non fu mai lingua di un paese o di una regione, ma solo la lingua usata da alcune caste, soprattutto i Bramini e i Guerrieri. Col nome di sanscrito, la lingua "perfetta" veniva distinta dal pracrito, l'insieme delle lingue "naturali" parlate dalle caste incolte.
Ancora oggi, il sanscrito è considerata lingua dotta dell'India, di cui si servono le persone colte, e continua a produrre una letteratura non indifferente.
I simboli, nello yoga, sono continuamente richiamati, nella gestualità, nei nomi delle asana, nelle forme che il corpo assume, ne osserviamo uno, attraverso la farfalla.
La farfalla è un animale simbolico per eccellenza, lo è sempre stato sin dai tempi più remoti. Le sue armoniose, molteplici e suggestive forme suggeriscono la bellezza.
Nel simbolo è racchiuso uno sfondo metafisico che presuppone segrete affinità, quasi una mistica compenetrazione reciproca, tra il mondo visibile e l' invisibile....Il punto d’incontro tra il tempo e l’eternità.
La farfalla deve affrontare diverse fasi di crescita: da crisalide accede ad un livello di maturazione superiore fino all’ultimo stadio che le consente di librarsi in volo. La metamorfosi della farfalla è fondamentale per comprenderne il simbolismo.
E’ sostanzialmente un segno di trasformazione e di rinascita.
Una credenza popolare greco-romana considerava la farfalla simbolo dell'anima che esce dal corpo. E simbolo dell'anima la si ritrova presso gli aztechi, anche se si trattava dell'anima dei guerrieri caduti in battaglia. La farfalla, per questo popolo, era anche un simbolo del fuoco e del sole, infatti nella Casa delle Aquile o Tempio dei Guerrieri il sole era rappresentato da una farfalla. Nell'antica lingua azteca la farfalla è chiamata papalot, simile al papilio latino.
La farfalla è uno dei simboli che paiono più diffusi nelle culture dei popoli antichi. incarnazione del principio di trasformazione, manifestazione della Dea nel suo aspetto di vita emergente. La si ritrova nei vasi, nelle brocche, negli amuleti, nelle statuette. Nel suo libro “Il Linguaggio della Dea” Marija Gimbutas presenta la farfalla che sorge da un bucranio come epifania della Dea Madre in veste di Dea della Rigenerazione, ed anche questa simbologia è ripresa da una pittura parietale di Çatal Hüyük, datata 6 500 a.C..
È un emblema sia dell'effimero, sia di ciò che dura in eterno… È un simbolo dell'anima.
La farfalla è il simbolo del processo di trasformazione che porta verso le cose d'ordine superiore. Essa ci insegna a trasformare la nostra vita consapevolmente, a creare nella realtà situazioni del tutto nuove, a realizzare i nostri desideri più profondi. Ogni nuova idea e ogni piccolo passo verso la nostra auto-realizzazione si rispecchia nel processo di sviluppo della farfalla. Nella fase dell'uovo essa rappresenta la nascita di un'idea; nello stadio di larva indica il momento in cui si deve decidere se questa idea va realizzata oppure no; come bozzolo insegna a entrare in noi stessi per legare questa idea al nostro essere interiore. Infine la nascita della farfalla è anche la nascita di una nuova realtà.
La farfalla rappresenta l’equilibrio, la trasformazione o metamorfosi, i progetti di successo, la grazia e la capacità di accettare i cambiamenti; richiama al processo di trasformazione alchemica a cui è sottoposto ciascuno di noi, anche suo malgrado, durante la vita. Ma è anche la rappresentazione della libertà a cui ogni uomo aspira. Una libertà che può essere conquistata solo a patto di sapersi sciogliere dai lacci delle convinzioni fasulle, dei conformismi e dei dogmi di qualunque natura ,imposti dalla società e dalla cultura di ogni tempo.
"La farfalla non conta i mesi ma gli attimi... fa che la tua vita danzi sui bordi del Tempo come rugiada sulla punta di una foglia!"
Tagore
L’Associazione dispone di una biblioteca a disposizione dei soci e di chi, per motivi di studio e di ricerca, avesse necessità di consultare testi della tradizione Yoga e della psicologia del femminile, una selezione di romanzi ambientati in India consente inoltre di aprire una finestra su questo mondo affascinante.
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